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In Castelleone e nei suoi dintorni sono da segnalare alcuni,
fra Chiese, monumenti, reperti storici e luoghi di particolare interesse sia
storico che culturale.
CHIESA DEI SANTI FILIPPO E GIACOMO (Parrocchiale)
Costruita sul luogo della primitiva chiesa del 1188, la
nuova parrocchiale viene iniziata il 4 maggio del 1517 e portata a termine nel
1551. Il modello basilica a tre navate, disegnato da Agostino De Fondutis e
realizzato da Antonio Montanaro, rileva una struttura rinascimentale
sottolineata da decorazioni ta rdoquattrocentesche.
Conserva al suo interno pregevoli opere, tra le quali: Bernardino Realino Podestà Santo, pala di anonimo dell’800 (prima
cappella a sinistra); Trittico con
Madonna e Santi di Pietro Ispano, detto Pseudo-Bramantino, dei primi del
XVI sec. (seconda cappella a sinistra, o “della Madonna”); Sant’Omobono, grande tela di Francesco Arata, il più rimarchevole
pittore moderno castelleonesi (ultima cappella a sinistra); Cristo Risorgente di Giulio Campi, del
1545 (cappella a destra in fianco all’altare maggiore); Assunzione della Vergine di Luigi miratori, detto il Genovesino,
attivo a cremona tra il 1641 e il 1645 (sopra il confessionale del Parroco).
PANORAMA DEI PORTICI
L’antica Contrada Maggiora (o Leona), oggi via Roma, è
percorsa da una doppia serie di portici d’origine medievale, qua e là
interrotta da successive realizzazioni urbane. “Spalla a spalla si snodano
uguali, umili e belle case della strada porticata”: così scriveva Amos Edallo,
architetto e poeta castelleonesi, in riferimento al doppio asse di portici che,
a metà circa della loro corsa, fanno perno, da un lato, sulla piazza principale
e, dall’altro, sull’apertura d’accesso al Viale del santuario (comunemente
detta “Voltone”), ricavata nel 1828
dall’architetto Luigi Voghera nelle forme di un arco a tutto sesto vigilato da
due paia di colonne pseudo joiche.
La parallela prospettiva d’origine dei portici, che il tempo, gli assestamenti
e le modifiche hanno forzosamente trasformato in un mosso e pittoresco profilo,
offre pur sempre un artistico scorcio visuale.
TORRE ISSO (Torrazzo)
Preesistente alla fondazione del castrum del 1188, questa costruzione faceva parte delle difese
dell’allora Castel Manfredi. Risparmiata dal Barbarossa per intercessione del
Governatore Alberto Trussio, fu poi potenziata sino ad assumere l’aspetto
attuale (m. 47). Percorsa da antiche ferite, tra sobria sommità della
merlatura, scarne feritoie e poderoso quadrangolo di base, la svettante
severità della Torre segna da allora il profilo del nostro paese a simbolo
delle più antiche libertà. Quelle stesse che, ai piedi della sua salda
geometria di pietre e di secoli, il Monumento dei Caduti di tutte le guerre
perpetua nel ricordo e nell’ammonizione.
MUSEO CIVICO
Nato nel 1972, grazie al lavoro e all’interessamento del
Gruppo Storico – Archeologico, si è particolarmente arricchito con la donazione
Bianchissi e con altre di minore entità.
Documenta particolarmente la storia di Castelleone e del suo territorio a
partire dall’epoca Mesolitica sino all’alto Medioevo.
Una sola è la selce lavorata che gli archeologi ritengono di poter datare al
Paleolitico Superiore, mentre numerosi sono gli utensili in selce attribuiti al
Mesolitico (microbulini, grattatoi, punteruoli, troncature, ecc…). Un arpionino
a triangolo ha permesso la datazione del nostro Mesolitici a circa 7-8.000 a. C.
Del Neolitico sono esposte lame, semilune, frecce taglienti
trasversali, punte dritte e alcune asce di pietra a tagliente lunato.
Documentano l’Eneolitico una piccola ascia di pietra nera a
tagliente dritto, una cuspide di freccia triangolare e alcuni pugnaletti
frammentati. Di particolare rilievo, per l’Età del bronzo, una serie di
frecce peduncolate e alcuni elementi di falcetto (sempre in selce).
Bronzi esposti: pugnaletto, alcuni spilloni, un pendaglio.
Abbondantemente documentata è la ceramica da abitato
d’impasto grossolano di color marrone-nerastro e grigio, quella d’impasto
semifine e di impasto fine depurata, nera, talvolta lucidata. Un corredo tombale del III-II secolo a. C., testimonia la
presenza celtica nel nostro territorio. Sempre di epoca celtica l’olletta con
decorazione impressa, due armille (bracciali) di bronzo e una di impasto
vitreo.
La presenza romana – dall’età repubblicana alla
tardo-imperiale – è rappresentata da ceramiche e monete. Si segnalano: coppetta
in ceramica sigillata, olpi, brocche, lucerne, balsamario vitreo,
ciotole-coperchio, provenienti da corredi tombali di varie epoche e tipologie.
BIBLIOTECA CIVICA
Una visita merita anche la Biblioteca Civica intitolata allo scrittore Virgilio Brocchi, attivo negli anni venti e
trenta nella borgata cremonese e che è autore di moltissimi romanzi,
alcuni con riferimenti precisi a personaggi castelleonesi e ai fatti
che hanno coinvolto il borgo in quegli anni.La Biblioteca conserva
testi originali della storia castelleonese e nell'annesso archivio
storico vi sono documenti che risalgono alla fine del Quattrocento. La
biblioteca é stata fondata nel 1952 e nell'anno successivo affidata
alla maestra Rosetta Cugini, passando poi, dopo varie esperienze, alla
maestra Giuseppina Carubelli, affiancata da Alma Malfasi, alla quale
verrà poi affidata la custodia del Museo Civico.
SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE DELLA MISERICORDIA
Realizzato tra il 1513 e il 1525 su disegno a croce latina
dall’architetto Agostino De Fondutis nel luogo delle quattro apparizioni del
maggio 1511, il Santuario mostra tutto il suo elegante equilibrio di linee
nonostante l’aggiunta, fatta nel 1910, di una campana e il relativo rifacimento
del fronte anteriore. L’attuale complesso (il campanile è del 1575 e il
chiostro del 1617) testimonia, nel suo affabile isolamento tra il verde, una
sorprendente e misurata armonia architettonica, sia per l’agilità delle sue
masse, sia per il ritmico incanto delle decorazioni in cotto espresso nel
fragile fremito di sagomature, fregi e strisce.
All’interno, affreschi anonimi del XVI sec. Nelle tredici
nicchie della cupola e, ai lati del transetto, due grandi quadri del
Sabbioneta. Essi coprivano le due nicchie degli altari che oggi lasciano vedere
affreschi di scuola cremonese della metà de ‘500. Nel presbiterio, ai lati dell’altare maggiore,
dipinti del 1862 del cremasco Angelo Bacchetta.
SANTA MARIA IN BRESSANORO
Sopra una appartata ruga di terra, che fu l’antica riva
sinistra del Serio, difesa dal verde della campagna sorge a nord del paese
Santa Maria in Bressanoro, esteriormente modellata secondo l’antica gravità dei
manieri. Ciò le conferisce, grazie soprattutto a un concentrato teatro di
spigoli e muraglioni, una singolare e austera fierezza, ancor prima di un
castello che di luogo di culto.
La chiesa fu eretta tra il 1460 e il 1465,
sull’area dell’antica Pieve dedicata a Santa Maria, per volontà del francescano
spagnolo Beato Amedeo Menezes de Sylva confessore di Bianca Maria Visconti che
provvide alla spesa.
Ideata a simmetria centrale da architetti sforzesci (forse
il Filerete, forse il Gadio) presenta un severo impiantato a croce greca
sormontato da un tamburo a ottagono. All’interno, ogni elemento della cupola è
profilato o scandito da decorazioni in cotto, opera di plasticatori cremonesi
del ‘400. Gli affreschi del vano centrale che improvvisamente si apre all’agile
grazie della cupola, raffigurano in ventinove riquadri episodi della vita di
Cristo, resi con poetica sobrietà d’immagine da una pittura di fine ‘400. Fra
le ipotesi di attribuzione dei dipinti (Pietro da Cemmo, Donato Montorfano e
altri) si concorda oggi nel ritenere la lunga e concatenata narrazione
pittorica, opere di anonimi e onesti artigiani di bottega al tempo consorziati,
specialisti in amabili racconti iconi9ci, sospesi tra memorie devota e
didascalie di impasto dialettale.
Nella cappella laterale destra notevole una Assunta del Molosso
(Gian Battista Trotti) tra altri dipinti del rinascimento cremonese (Gatti e
Campi), fra cui un Sant’Ambrogio in veste di Vescovo autoritario. Nella
cappella a sinistra, figure di Apostoli (e di un altro Sant’Ambrogio che
calpesta L’Eresia), opera di anonimi manieristi tardo seicenteschi.
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